RITORNA ALLE DEGUSTAZIONI

MAGGIO: Degustazione Oltrepò Pavese Barbera: annate 1996 – 2001 

Il Barbera è oggi la varietà più diffusa in Oltrepò Pavese e la sua presenza sul territorio è documentata sin dagli inizi del 1800. Secondo il sito ufficiale del Consorzio vini Oltrepò www.vinoltrepo.it, che, curiosamente, ad oltre quattro anni di distanza, non è in grado di fornire dati più aggiornati, all’epoca della vendemmia 1997 sono stati rilevati dall'Albo vigneti D.O.C. 2.407 ettari di Barbera, per una produzione di 217.535 quintali di uve e una resa di 152.275 ettolitri di vino D.O.C., che rappresentano il 25,7% della produzione totale di vini D.O.C. Oltrepò Pavese. La Denominazione d’Origine Controllata Oltrepò Pavese Barbera risale al 1970. Gran parte degli oltre 200 mila quintali di uve Barbera confluiscono nella tipologia Oltrepò Pavese Rosso e Oltrepò Pavese Rosso riserva che prevede una presenza di uve Barbera fino a un massimo del 65% (completata da percentuali minori di Croatina, Uva rara, Ughetta (Vespolina) e Pinot Nero, congiuntamente o disgiuntamente, fino a un massimo del 45%), nonché nel Buttafuoco e nel Sangue di Giuda. A differenza dal poco distante Piemonte, dalla cui cultura, in campo vitivinicolo, l’Oltrepò è stato lungamente influenzato, e con il quale mantiene tuttora stretti legami (basta pensare al Pinot nero base spumante fornito alle grandi case spumantistiche piemontesi), nel mondo del vino oltrepadano l’abitudine di guardare al Barbera come ad un grande vitigno non da usare in uvaggio, ma da impiegare in purezza con grandi ambizioni qualitative, non ha particolarmente fatto proseliti. 

Vini Barbera si producono, ma più con l’idea di ricavare vini quotidiani, da consumo senza pretese e prezzi molto contenuti (quando non da vendere in damigiana ai turisti milanesi della domenica), che con la precisa volontà, com’è accaduto in Piemonte, soprattutto con le Doc Asti, Monferrato e Alba, dalla seconda metà degli anni Ottanta. 
E così, mentre gli astigiani, i monferrini e gli albesi (che forse hanno qualche chance in più, dal punto di vista del terreno) vendono tranquillamente i loro migliori Barbera a prezzi varianti dai sette ai 15 – 20 Euro, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, ed il Barbera piemontese gode di un’immagine in costante crescita di vitigni dalle enormi potenzialità, i produttori oltrepadani, che non hanno ancora chiaramente scelto, come hanno fatto i loro vicini, di lavorare su un tipologia ferma, l’unica richiesta e accettata dai mercati internazionali, che non amano i vini che “busciano”, sono costretti, affezionati come sono al tipo frizzante, a misurarsi con un mercato esclusivamente locale o regionale. 

Ottenendo non solo minori soddisfazioni a livello d’immagine, ma soprattutto vendendo a prezzi meno remunerativi e soddisfacenti. E dimostrando di non credere più di tanto che con il Barbera, anche in Oltrepò, si possano ottenere vini di grande personalità e caratura. 
Alla luce di queste considerazioni, e della generale, non altissima valutazione che, salvo alcuni rari casi, le varie guide enologiche e gli esperti del settore hanno sinora dato ai Barbera oltrepadani fermi, considerati buoni vini, ma niente di più, non si capisce proprio quale costrutto possa avere la recente proposta, avanzata da un uomo tutt’altro che sprovveduto come Gianni Zonin, presente da diversi anni in Oltrepò con la sua Tenuta Il Bosco di Zenevredo, di promuovere a Docg alcuni vini che rientrano attualmente nella Doc Oltrepò Pavese, tra cui, oltre alla Bonarda, al Pinot nero, allo spumante metodo classico e allo Chardonnay (sic !) nientemeno che la Barbera. 
A mio modesto avviso la denominazione d’origine controllata e garantita (quella, ricordiamolo, attribuita inizialmente a vini di grande personalità come Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano), e poi estesa, in una singolare deriva politico – demagogica, ad altri molto meno meritevoli come Albana, Asti, Gavi, Brachetto d’Acqui, non risolverebbe in alcun modo gli annosi problemi, qualitativi, d’immagine, di mercato, (cui ho più volte accennato nei miei interventi su questo portale) che attanagliano l’Oltrepò. E se proprio di una Docg oltrepadana si dovesse parlare, questa dovrebbe sicuramente andare al Buttafuoco (vino che ha tutte le caratteristiche per meritarla) e non certo al disastrato Pinot nero e ad una Barbera ancora in attesa di decidere cosa fare…da grande.

Nel nostro banco d’assaggio, cui, dobbiamo ancora una volta registrarlo, mancano ancora una volta diversi produttori significativi, che per motivi incomprensibili (diciamo così…) o per scarsa sportività e comprensione del vero significato di queste verifiche, si rifiutano di fornire campioni e di mettersi in gioco insieme ai colleghi, abbiamo pertanto preso in esame dodici vini, undici targati Oltrepò (10 Doc e un’Igt Provincia di Pavia) ed un estraneo, un Barbera d’Asti inserito per vedere il suo piazzamento in un confronto con i vini del pavese.
I risultati, ad eccezione dell’Olmetto 1999 dell’azienda agricola Bellaria (più considerata, dalle varie guide, per i suoi vini basati su Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay), che si avvale della possibilità, prevista dal disciplinare, di limitare la quota di Barbera all’85% e di aggiungere sino ad 15% di Croatina e Uva rara, un vino dotato di bella personalità, floreale – terroso nei profumi, dotato di una bella polpa fruttata, carnosa e consistente, di una notevole sapidità e di un’acidità molto calibrata, sono stati tutt’altro che esaltanti.

Alcuni vini, molto semplici, immediati, come l’Oreste del Castello di Luzzano, sono piaciuti per la loro facilità di beva, per la freschezza, la piacevolezza, per la pulizia dei loro profumi floreali, per la deliberata e saggia scelta di non essere altro che vini semplici e immediati da approcciare, capaci di comunicare. Discorso che vale, sebbene in misura minore, con ancora più semplicità e schiettezza, per il 2001 dell' Azienda Agricola Martilde, mentre da un vino come il Campo del Marrone, uno dei pochi Barbera oltrepadani a godere di buona stampa e considerevoli valutazioni da parte delle guide, ci si sarebbe aspettati, anche con l’annata 2000 da noi degustata, maggiore struttura e personalità, sebbene il vino, ancora molto giovane, abbia convinto per la pulizia dei profumi e per un frutto abbastanza ricco. 
Le grandi delusioni sono invece venute da vini che vorrei definire “vorrei ma non posso”, vini che avrebbero la pretesa di essere grandi, ma che invece crollano drammaticamente, alla prova del bicchiere, o perché, veri “vini – bara”, sono uccisi da un eccesso di legno, da tostature sparate non bilanciate da una sufficiente struttura che prendono il sopravvento su tutto, o perché alla ricerca di estrazioni esasperate, di imponenti concentrazioni, si arriva all’effetto marmellata, con aromi sovramaturi, dolciastri che rendono banali e piatti i vini. In diversi vini inoltre, si sono riscontrati notevoli problemi di pulizia, con effetti aromatici che dal medicinale (tipo iodosan) andavano al vegetale – carruboso sino allo stallatico, per la grande gioia dei degustatori che vi lascio immaginare… 

Non sono poi mancati campioni che più che una Barbera ricordavano, per la loro dolcezza, una Bonarda, e vini ormai stanchi, senza più nulla da dire e da dare, nel bene o nel male, sia nei profumi, molto spenti, che nel gusto, fiacco, anonimo, banale e senza slancio.
C’è ancora molto da lavorare, dunque, per ottenere Barbera dell’Oltrepò Pavese in grado di confrontarsi, senza sfigurare (anche se il Barbera d’Asti inserito, come ospite, in degustazione, ha tutt’altro che brillato, anzi…) con i migliori Barbera (discorso Alba a parte, almeno con quelli d’Asti e del Monferrato), piemontesi. Occorre decidere quale identità questi Barbera dovranno avere, quali zone offrano le migliori caratteristiche per offrire uve da vinificare con cura e destinare alla produzione di vini ambiziosi, quali debbano essere le rese per ettaro (che secondo il disciplinare di produzione vigente sono ancora piuttosto generose), quale debba essere il corretto rapporto, nella fermentazione e soprattutto nell’affinamento, con il legno, e con la barrique in particolare, che almeno due o tre casi è parso disastroso. 
Solo una volta compiute tutte queste scelte, deciso se puntare sul vino che buscia da damigiana o se puntare invece decisamente la barra su una tipologia ferma, allora, forse, si potrà parlare di una Docg per la Barbera, che al momento attuale aggiungerebbe solo confusione a confusione e sarebbe inutile, negativa, controproducente. 

Franco Ziliani

Bubwine@hotmail.com 

Classifica finale dei migliori sei vini degustati
1° Oltrepò Pavese Barbera Olmetto 1999 Azienda Agr. Bellaria
2° Oltrepò Pavese Barbera Oreste 1999 Castello di Luzzano
3° Oltrepò Pavese Barbera 2000 Campo del Marrone Azienda Agr. Verdi Bruno
4° Oltrepò Pavese Barbera 1999 Vigna Varmasì Azienda Agr. Cà del Gé
4° Oltrepò Pavese Barbera 2000 Clà Azienda Agr. Vercesi del Castellazzo
4° Oltrepò Pavese Barbera 2001 Azienda Agr. Martilde 

Sono stati degustati anche vini delle seguenti aziende:
Cascina Gnocco Oltrepò Pavese Barbera 1999 e 1996
Bisi Oltrepò Pavese Barbera Roncolongo 1998 
Podere San Giorgio Oltrepò Pavese Barbera Beccogiallo 2000 
Vino Ospite
Coppo Barbera d’Asti Camp del Rouss 1999